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Warm Bodies: Umanamente zombie

Warm Bodies: Umanamente zombie

Un’umanità anestetizzata, ridotta ai rantoli di una massa di morti viventi, marginale e ghettizzata tra carcasse umane e desolati terminal di un aeroporto. L’arrivo di Warm Bodies, nelle sale preceduto da un battage mediatico che lo annunciava  come l’erede di Twilight, lascerà a bocca asciutta le orde di ragazzine urlanti illuse di rivedere nei due giovani protagonisti (Julie/ Tersa Palmer e R/ Nicholas Hoult) i nuovi Bella e Edward. Perché il film di Jonathan Levine della saga vampiresca ha davvero ben poco: le similitudini si fermano alla storia d’amore impossibile tra un’umana e un essere immortale. Il resto è una purissima riflessione sull’impoverimento progressivo della capacità di comunicare, sentirsi, emozionarsi reciprocamente, vivere di memoria.
Così pur rimanendo fedele alla tradizione del mito degli zombie, Warm Bodies lo rilegge in chiave contemporanea e diventa commedia post apocalittica, avventura, epopea romantica che rende sopportabile l’infrazione di qualche regola. Il romanzo di Isaac Marion da cui il film è tratto, trova sul grande schermo la sua dimensione rivolgendosi ad un pubblico ben più vasto di teenager invasati da storie di amore tragicamente romantiche. E il film si fa metafora di un mondo disumanizzato dove gli unici tentativi di comunicare sono affidati alla musica: è attraverso l’uso di alcuni dischi su un aereo spiaggiato nel nulla che R manifesta i primi segni di una sensibilità quasi umana.
Il processo di umanizzazione degli zombie parte da quelle canzoni, prosegue con la riconquista dei propri ricordi da umani e termina con un messaggio di speranza. Alla domanda ‘si può ridiventare umani’ in una società post moderna dove la tecnologia ha preso il sopravvento e il contatto si è ridotto a onomatopeiche chattate su facebook. Levine risponde con la sua coppia di amanti sui generis, il Romeo e Giulietta di un mondo destinato a ritrovare un giorno se stesso.

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Elisabetta Bartucca

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