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Re della terra selvaggia: Il mondo di Hushpuppy

Re della terra selvaggia: Il mondo di Hushpuppy

Selvaggia, indomita e fiabesca. Solo tre parole per descrivere la piccola protagonista (Hushpuppy ) di questo film, un outsider diventato il caso cinematografico dell’anno che ai prossimi Oscar farà tremare nomi come quelli di Steven Spielberg e Quentin Tarantino, insidiando con una nomination per la Miglior Attrice Protagonista le grandi signore del cinema da Emmanuelle Riva a Jessica Chastain. Lei, Quvenzhané Wallis, ha appena nove anni, e prima che il regista Benh Zeitlin la trovasse, frequentava la scuola elementare del quartiere in una comunità nel Sud della Louisiana.
È in quei luoghi selvatici e indomabili, lontani dalle logiche dell’era post industriale, legati ad ancestrali tradizioni e schiavi di secolari catastrofi naturali che Re della terra selvaggia è nato e cresciuto. E Hushpuppy ne è l’essenza, emblema di una lotta per la sopravvivenza che quei popoli hanno imparato a conoscere bene.
Il film si rivela una fiaba apocalittica, un viaggio tra misteriose creature mitologiche risvegliate dallo scioglimento dei ghiacciai, gli Aurochs, e gli impavidi bizzarri personaggi che popolano l’universo di Hushpuppy e papà Wink. Un mondo ai margini , in cui il rapporto tra padre e figlia si consuma tra memorabili lezioni di vita, riti quasi magici, goliardiche scorpacciate di gamberi e alligatori e una potente rappresentazione della rottura degli equilibri naturali che ha il dono, però, di rimanere immune al tentativo facile e ricattatorio della polemica ecologista. Sommersa dall’acqua la comunità della Grande Vasca resiste, mostrando un’umanità ribelle e ‘bestiale’, stoica nell’accettazione del dolore, della malattia e della morte.
Partendo dalla piece teatrale ‘Juicy and delicious’, Zeitlin realizza un adattamento magico, emozionante che non sacrifica nella trasposizione ai nostri giorni gli elementi più surreali e mitologici della commedia originale. Un contrasto che diventa ricchezza e cifra stilistica, una grande prova registica in barba all’industria mainstream. Che per una volta varrebbe la pena vedere in lingua originale: rinunciare ad ascoltare il canto delle voci dei protagonisti sarebbe davvero un peccato.

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Elisabetta Bartucca

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