LOGO

Muffa – Küf: Scomparsi nella polvere

Muffa – Küf: Scomparsi nella polvere

Muffa – Küf, esordio registico di Ali Aydin, racconta una vicenda che potrebbe essere quella di uno dei tanti genitori degli studenti turchi scomparsi negli anni ’90.
VOTO: 3,5

L’esordio alla regia del regista turco Ali Aydin è un piccolo gioiello, che funziona su vari livelli, ma soprattutto nell’incrocio tra il micro e il macro, incorporato qui dalle ripercussioni politiche sulla vita di un uomo, il protagonista Basri. Basri (Ercan Kesal) è un uomo di 55 anni, duro lavoratore e guardiano della ferrovia, ma da diciotto anni spera ancora di ritrovare il figlio misteriosamente scomparso quando era all’università ad Istanbul. Basri e la moglie avevano visitato la capitale quando si persero le tracce del figlio, riuscendo solo a scoprire che aveva partecipato in attività non governative. Di lì a poco al ritorno al loro villaggio d’origine la moglie morirà per il dolore, lasciando il povero Basri da solo nella sua disperata ricerca della verità.
Basri scrive periodicamente alle autorità per ottenere informazioni su suo figlio, e periodicamente viene convocato per chiarimenti dal commissario del paese, perché ha infranto qualche regola del regime autoritario. Il rapporto tra Basri e il commissario (ottima l’interpretazione di Muhammet Uzuner) è uno dei legami portanti: Basri infatti non ha più una vita di relazioni, e nei suoi colloqui con il poliziotto si forma un sottile legame umano, fatto di piccole rivelazioni e condivisione. Il film si apre proprio con una scena che vede i due da un lato all’altro della scrivania che dura ben quindici minuti ed è ripresa lateralmente, con i due uomini di profilo, senza mai mutare l’inquadratura. In questa scena Basri ci espone quella che sarà un po’ la sua massima: “Ho due fratelli che sono usciti morti dalla pancia di mia madre, e altri due che sono morti subito dopo. Quando sono nato avevano già scavato la mia fossa, e invece sono ancora vivo”. Basri si ripete questo per continuare a sperare che suo figlio sia in vita.
Importante notare come la sua triste vicenda abbia permeato la sua vita, e che nel suo lavoro sia diventato vittima dei ricatti di un miserabile collega, Cemil (Tansu Bicer), che ha scoperto che soffre di epilessia. Basri una volta era intervenuto per salvare una donna che Cemil stava stuprando, e ora il collega lo tiene sotto scacco. Per sfotterlo una sera, ubriaco fradicio, Cemil dice a Basri: “Sai, ho incontrato tuo figlio. Si rammaricava e diceva che era stato cattivo con te e mamma”. Mentre Basri attende con sdegno di capire dove vada a parare il collega, Cemil trancia qualsiasi speranza residua concludendo: “Lo sai dove l’ho incontrato? Nel mio ouzo!” alzando la bottiglia dell’alcolico. Ma la relazione infelice tra i due avrà conseguenze gravissime per entrambi.
La storia di Basri e della sua triste vicenda nasce come metafora di, e da una precisa esigenza di fare luce su dei fatti realmente accaduti, quando negli anni ’90 vennero prima arrestati e poi scomparvero un gruppo di studenti impegnati in attività anti-governativa. Le loro madri si sono poi riunite ogni sabato mattina, con tanto di foto dei figli mancanti, davanti al liceo Galatasaray ad Istanbul, protestando per ottenere la verità e delle risposte. Risposte che non sono mai arrivate.
Il regista e sceneggiatore trentaduenne Aydin, già con diverse esperienze di assistenza alle regia per cinema e televisione, mostra una grande maturità al suo esordio mentre descrivere questo mondo interiore desolante come il suo paesaggio. Mentre, con tristezza, percepiamo che l’esito delle ricerche di Basri non potrà andare a buono fine, ripensiamo a tutte le vittime di abusi di potere di regimi anti-democratici, e gli effetti su famigliari e comunità.

About the author
Silvia Marinucci

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top