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Diaz – Don’t Clean up This Blood: La forza delle idee!

Diaz – Don’t Clean up This Blood: La forza delle idee!

In Diaz – Don’t Clean up This Blood, Daniele Vicari affronta con rigore i fatti del G8 di Genova. Il film, già premiato a Berlino, non fornisce risposte ma lascia lo spettatore solo con le proprie domande.

Una bottiglia vuota vola al ralenti, infrangendosi al suolo, ancora e ancora e ancora….
Una delle immagini iniziali di “Diaz – Don’t clean up this blood”, in cui quello che sconvolge è il senso di impunità che resta nello spettatore allo scorrere dei titoli di coda. Quello che ancor più sconvolge è che gli artefici di una mattanza in pieno stile ‘macelleria messicana’ siano ancora tutti lì, a ‘proteggere e servire’, direbbero poco più su, in America.
E invece siamo in Italia e l’attentato alla democrazia perpetrato da 400 esponenti delle forze dell’ordine a Genova, tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, durante il G8 del luglio 2001, è raccontato da un giovane e rigoroso regista italiano: Daniele Vicari.
Solo uno spirito libero poteva affrontare senza pregiudizio una storia italiana solo a livello territoriale, mentre la sua valenza travalica le frontiere, arrivando a scuotere le coscienze dal torpore ad oltre 10 anni da quell’orrore insensato, ovunque il film verra’ proiettato.
Ma andiamo con ordine. Le vicende che seguirono il summit dei Grandi della Terra, la ‘zona rossa’, i ‘black bloc’, la tragica fine di un manifestante, Carlo Giuliani, sono vicende note ai più. Meno noto, o meglio, mai reso noto con questa lucidità e chiarezza, è quello che accadde alla ‘Scuola elementare primaria Armando Diaz’ il 21 luglio 2001, tra le 22.45 e la mezzanotte.
Vicari racconta dei 364 poliziotti entrati nella notte a sgomberare un “manufatto occupato da pericolosi sovversivi” – almeno secondo i verbali che sono agli atti del processo – dei 150 carabinieri chiamati a presidiare l’area, tutto per 93 persone, non tutte con il certificato di santità in tasca certamente, ma molte delle quali andate a Genova solo a manifestare pacificamente il proprio dissenso.
Vicari mostra un dramma in cinque atti mentre la bottiglietta vuota vola e atterra varie volte, infrangendosi sul selciato da vari punti di osservazione, simbolo di sogni infranti, orrore, disillusione, impotenza, indignazione. Un montaggio dalla precisione chirurgica e dalla grammatica impeccabile tiene insieme i fili di facce e stati d’animo dei protagonisti, 126 attori e 8000 comparse che rendono credibile l’atmosfera di carruggi deserti e piazze assolate almeno quanto affollate, di palestre dormitorio e media center. Nulla è lasciato al caso, un lavoro certosino, due lunghi anni di preparazione alle riprese.
C’era una montagna di documentazione processuale alle spalle, che tuttavia necessitava di una chiave di lettura, per non restare pulviscolo e vergogna. La chiave di lettura di un film come “Diaz” è la sua volontà di parlare al Mondo, non solo all’Italia. Perché
nulla di quanto raccontato sulla Diaz – e ancora di più su Bolzaneto – è stato mai esaustivo, definitivo. Quello che mancava oltre le ferite, i denti e gli arti spaccati, era la consapevolezza filmata che gli abusi da soli non bastano a capire e ad indignarsi.
Quello che deve atterrire e in cui il film di Vicari riesce mirabilmente nel suo triste compito, è raccontare la sistematicità della violenza cieca.
Quindici ragazze in stato d’arresto denudate e fatte girare su se stesse al ludibrio generale, 15 su meno di cento arrestati, di cui meno di 40 erano donne; un numero spaventosamente alto anche per chi non mastica la statistica. E ancora scalpi, capelli tagliati con il coltello, una cosa terribile, e ancora e ancora e ancora…
Allora il fatto che qualcuno, anche senza averne ricevuto ordine, si sia sentito in diritto di fare quello… non è accettabile. Almeno per Vicari, che non ha risposte per lo spettatore, solo domande: quelle che il regista e il privato cittadino italiano Daniele, che di mestiere fa il regista del reale, si pone e che tutti dovrebbero porsi dopo questo film.
Non a caso nessuno degli ottimi professionisti che hanno contribuito alla riuscita di questo difficilissimo film è stato citato. Vanno ringraziati tutti insieme però. Molti di essi, abituati a ruoli di primo piano, hanno accettato di prestare la loro forza interpretativa a personaggi poco più che marginali. Anche questa è la forza di una storia che evidentemente nella coscienza di tanti, anche la loro dunque, andava raccontata.
Forse perché una delle parole chiave del movimento no global, dopo ‘un altro mondo è possibile’ era Tobin tax, dalla proposta di tassazione delle transazioni finanziarie dell’economista americano James Tobin, ispiratore del movimento ATTAC. Curiosamente si tratta della stessa Tobin tax di cui discutono, 11 anni dopo, la Merkel e Sarkozy. E intanto continua ad infrangersi al suolo, ancora e ancora e ancora… una bottiglia.

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La redazione

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