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Daniele Vicari, un incubo chiamato Diaz

Daniele Vicari, un incubo chiamato Diaz

Abbiamo incontrato Daniele Vicari mentre lavorava ancora al montaggio di Diaz – Don’t Clean up This Blood. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare un film difficile, discusso e sofferto, costruito per rivivere una delle pagine più buie della nostra Storia contemporanea. 

Cosa racconti?
Il film si basa sui fatti noti della Diaz nel corso del G8 di Genova, è un racconto collettivo e la scuola diventa una sorta di ‘castello dai destini incrociati’, dove si uniscono le storie di tante persone. La narrazione riguarda questa vicenda, ma anche qualcosa d’altro, perché non volevamo fare semplicemente un film di denuncia. Abbiamo raccontato una situazione molto più universale, ovvero l’incubo, la paura, il terrore di esser travolti e di vedere annullata la propria vita. Il livello di repressione che in quei frangenti si è manifestata in Italia è impressionante. È questo su cui dobbiamo riflettere, il film propone una riflessione su cosa sia la democrazia, ma non lo fa in maniera ideologica.

Cosa vedremo?
La storia di un gruppo di persone arrestate nella notte del 20 luglio 2001 e trasferite poi alla caserma di Bolzaneto. Ma non solo, perché ciascuno racconta la propria e ognuno è portatore di un punto di vista sul mondo. I fatti parlano da soli per ‘la notte cilena della diaz’, dove in realtà è successo qualcosa di molto più grave perché tutto è accaduto in un paese democratico.

Storie ascoltate dai reali protagonisti…
Sì, ho incontrate tantissime persone, ma la fonte principale sono stati i processi, registrati per intero. Mi interessava il fatto che attorno alla vicenda si sia costruita una narrazione pubblica che in qualche modo ancora oggi non ci permette di decifrare del tutto la verità, mai raccontata. Ci siamo tutti fidati di informazioni che ci arrivavano dai media e che non ci hanno dato mai possibilità di capire fino in fondo ciò che è realmente accaduto. Così abbiamo vissuto per un decennio in una sorta di sospensione della verità, condizione metaforicamente riferibile più in generale alla storia dell’Italia.

Fatti reali, ovviamente…
Il grande lavoro è stato intrecciare le storie, poi abbiamo scelto quelle più significative per noi e che ci permettevano di incrociare i destini, per fare in modo che a un certo punto tutti i punti di vista si unificassero. Anche per questo il montaggio del film è stato molto complesso, mantenere un equilibrio complessivo non era semplice. Abbiamo lavorato molto sulla fluidità del racconto, che è molto incalzante e coinvolgente.

Come le stesse testimonianze raccolte…
Sono impressionanti; sono la loro voce, le loro emozioni a prorompere. In molti di questi processi avvenuti a distanza di cinque o sei anni dai fatti del G8, le persone non riuscivano ancora a parlare, piangevano al punto da portare i giudici a dover sospendere spesso le udienze.
A colpirmi più di qualsiasi altra cosa sono stati i racconti dei ragazzi che si trovavano nella Diaz quella notte: “Non potevamo crederci”, mi hanno detto. Nessuno l’aveva messo minimamente in conto, perché tutto questo non fa parte di un paese democratico e di una civiltà. Il film è un racconto di queste sensazioni estreme, che vanno dalla paura di morire all’incredulità.

Come hai scelto quali storie raccontare?
Non abbiamo scelto storie più crude o efferate, perché lo sono tutte. La lettura degli atti del processo sulla Diaz toglie il sonno, sembrano racconti horror.

La paura è una sensazione che nel tuo film ha molto spazio…
C’è una costruzione drammaturgica basata proprio sulla paura, soprattutto sul terrore di perdere la propria identità. È questo il tema principale messo a fuoco dal film attraverso la storia dei vari personaggi spogliati di tutto, anche fisicamente dei proprio vestiti. La repressione del dissenso si basa su questo, sul farti assaporare la perdita non solo della vita ma anche dell’identità, sul farti sentire nulla. L’umiliazione serve a darti la sensazione che la tua vita e la tua dignità non abbiano più senso.

Da quanto ci lavoravi?
Diciamo tre anni, mi occupo dei fatti di Genova praticamente da quando sono successi, ho provato diverse volte a realizzare documentari senza mai riuscirci. Fino a “Diaz”, che vedrà la luce grazie al fatto che con Domenico Procacci abbiamo condiviso le sensazioni della sentenza di primo grado alla fine del 2008. In quell’occasione il tribunale comminò delle pene molto leggere, il ché fece notizia. Mi colpì soprattutto una ragazza tedesca che dichiarò: “Non verrò mai più in questo paese”. In quel momento mi sono sentito colpito personalmente, questo paese non è solo quella cosa lì.

Avete avuto la possibilità di girare nei posti in cui si sono svolti i fatti?
Non abbiamo nemmeno potuto fare dei sopralluoghi nella Diaz, ma capisco perché. Io stesso avevo difficoltà a pensare di andare a girare lì. Mi sembrava una cosa macabra. Abbiamo ricostruito i luoghi più importanti in Romania, anche perché pensavamo di utilizzare le immagini di repertorio in maniera molto efficace, costruendo un disorientamento dello spettatore. Per me era fondamentale ricostruire questo senso di spaesamento, è il nucleo del film.

Diaz ha avuto un cammino molto difficile, a un certo punto come tu stesso hai dichiarato “sono scappati via tutti”…
Sì, in alcuni casi Domenico Procacci non è riuscito nemmeno a far leggere la sceneggiatura, credo sia la prima volta che accade nella storia del cinema italiano. Ho ricevuto molti no, anche da attori. Ti assicuro che attori anche molto importanti non se la sono sentita di fare il film.

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Elisabetta Bartucca

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